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Storie Partigiane

Cos’è successo sulle montagne della Val Pellice durante la lotta partigiana? Gli episodi che hanno lasciato il segno

📅 16 Agosto 2026✍️ di Alessandro Faraci⏱️ 4 min di lettura

Tra il 1943 e il 1945 le montagne della Val Pellice furono teatro di azioni partigiane, rastrellamenti e rappresaglie. Nacquero bande in quota, si combatterono scontri sui colli di frontiera, alpeggi e baite vennero incendiati. I rifugi divennero basi, infermerie e vie di fuga verso la Francia. L’esecuzione di Willy Jervis a Villar Pellice, nell’agosto 1944, lasciò una ferita che ancora parla lungo i sentieri.

Gli episodi chiave 1943-1945

Dopo l’8 settembre 1943 ex militari e valligiani salirono in alto. In Conca del Prà e nei valloni laterali si formarono i primi nuclei di Giustizia e Libertà e Garibaldi, nel quadro della Resistenza italiana.

L’inverno 1943-44 consolidò basi e collegamenti. Baite di pascolo ospitarono radio, viveri, cure di fortuna. Le staffette legarono il fondovalle con i colli che guardano il Queyras.

Nell’estate 1944 l’attività crebbe: sabotaggi a linee e strade, attacchi a convogli, brevi presidi nei municipi. Arrivarono le risposte nazifasciste: arresti, incendi, deportazioni. L’esecuzione di Willy Jervis a Villar Pellice (5 agosto 1944) divenne simbolo del prezzo pagato dalla valle, nel contesto repressivo della Repubblica Sociale Italiana.

Rastrellamenti e incendi

Le operazioni di rastrellamento colpirono a ondate. Reparti tedeschi e repubblichini risalirono i versanti, spingendo i partigiani oltre i 2.000 metri e costringendo le famiglie a sfollare. In più località furono date alle fiamme baite, fienili e ricoveri.

Le tracce restano nei valloni del Barant e del Giulian, nelle borgate di Angrogna, Villar e Bobbio Pellice. Cappelle e scuole valdesi diventarono rifugi temporanei. A volte la salvezza fu cambiare versante nella notte, sfruttando cenge e colli poco battuti.

Rifugi, staffette, valichi

I rifugi furono snodi logistici e umani. Il Rifugio Willy Jervis, nel cuore della Conca del Prà, offrì riparo e passaggi sicuri. Il Rifugio Granero, sotto il Monte Granero, custodì dormitori e vie di collegamento per le pattuglie. Il Rifugio Barbara Lowrie al Barant vegliò sulla linea di cresta, con accesso rapido ai valloni laterali.

I valichi divennero arterie: Colle Giulian per i contatti con il Queyras francese; Colle della Croce per scivolare verso la Val Po; Colle Barant come traversata rapida tra costoni esposti. Armi leggere, documenti, feriti e famiglie seguirono queste rotte, spesso guidati da pastori e maestri di montagna.

La rete delle staffette, in gran parte ragazze delle borgate, fu decisiva. Conoscevano muletti e pietraie, cambiavano percorso al primo segno di pattuglie, cucivano la valle a colpi di passo e memoria.

Segni sul paesaggio

Lungo mulattiere e prati alti compaiono cippi, croci in pietra, lastre incise con nomi e date. In alcune baite i muri anneriti raccontano incendi di settant’anni fa. Nei pressi dei paesi, lapidi essenziali ricordano caduti e fucilati.

Sui tracciati oggi segnati del GTA, tra Villanova e la Conca del Prà, piccoli pannelli raccontano episodi e volti. Nei rifugi, taccuini e fotografie di famiglie valligiane rinsaldano la memoria con la vita quotidiana di chi abita la montagna.

Itinerari essenziali per camminatori

  • Conca del Prà e Rifugio Willy Jervis: da Villanova (Bobbio Pellice) si risale la storica mulattiera. Due ore di cammino tra alpeggi e orme di storia. In conca si incontrano cippi e resti di ricoveri. Percorso adatto in gran parte della stagione, con attenzione a nevai primaverili.
  • Colle Barant e Rifugio Barbara Lowrie: dalla Conca del Prà si sale lungo pendii aperti fino al colle. Panorama sulle linee di cresta usate come cerniera tra valloni. In estate si incontra il Giardino Botanico alpino, nato nel dopoguerra accanto alle memorie belliche.
  • Rifugio Granero e Colle Giulian: dal Jervis si punta al vallone del Giulian. Il sentiero entra in un anfiteatro severo, poi si apre al valico. Era la porta verso il Queyras. Richiede passo sicuro e meteo stabile; possibile neve residua fino a inizio estate.
  • Anello delle borgate di Angrogna: un percorso tra mulini, cappelle e lapidi che punteggiano i nuclei storici. Ideale per comprendere i legami tra fondovalle e alta quota, culla delle staffette.

Consigli pratici e rispetto dei luoghi

Pianificare con cartografia aggiornata, previsione meteo e tempi realistici. Nei fine settimana conviene prenotare i rifugi: i gestori custodiscono racconti, mappe e indicazioni sui luoghi della memoria.

Nei pressi di cippi e lapidi occorrono silenzio e discrezione. Non spostare oggetti trovati sui sentieri: possono essere reperti o testimonianze. Evitare i fuoripista su praterie sensibili e i droni vicino ai paesi.

Primavera e autunno offrono luce nitida e meno affollamento, ma i colli possono presentare neve e ghiaccio. In estate, partire presto per il Barant e il Giulian aiuta a evitare temporali di calore. In inverno, valutare ciaspole o sci-escursionismo solo con esperienza adeguata.

Camminare qui significa intrecciare natura e storia. I pascoli, i rifugi e i colli che oggi accolgono escursionisti furono linee di vita in anni difficili. È questo equilibrio, fragile e prezioso, a rendere la Val Pellice un luogo da ascoltare, oltre che da attraversare.

Alessandro Faraci

Alessandro ha attraversato decine di passi alpini durante le sue traversate solitarie, divenendo un punto di riferimento per chi cerca itinerari meno conosciuti. Ha stretto forte legami con gestori di antichi rifugi, approfondendo usanze e storie locali, che racconta online per ispirare una scoperta consapevole della montagna.