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Passeggiate nei boschi e rispetto per i piccoli ecosistemi: errori comuni che rischiano di danneggiarli

📅 21 Agosto 2026✍️ di Gianluca Perrone⏱️ 4 min di lettura

Quando ti inoltri nei boschi con lo zaino sulle spalle, la mente libera dai pensieri della città, non pensi ai danni che potrebbero provocare i tuoi stessi passi. Eppure, ogni volta che calpestiamo un sentiero, solleviamo un po’ di polvere biologica: gli ecosistemi fragili dei nostri boschi. Durante i miei lunghi tratti dell’Alta Via dei Monti Liguri, ho avuto modo di osservare da vicino come comportamenti apparentemente innocui di noi escursionisti possano trasformarsi in minacce serie per questi ambienti delicati. Non si tratta di colpevolizzarti, ma di consapevolezza: capire gli errori comuni è il primo passo per diventare un visitatore responsabile.

Il problema dei sentieri allargati e dell’off-trail

Immagina il sentiero come la pelle di un ecosistema forestale. Quando tutti noi escursionisti camminiamo esattamente sulla linea tracciata, stiamo proteggendo il resto dell’ambiente circostante. Ma cosa succede quando decidiamo di fare un passo di lato per evitare una pozza d’acqua, o quando seguiamo una traccia parallela che ci sembra più comoda?

Inizia il fenomeno dell’allargamento del sentiero. Uno escursionista che devia di mezzo metro magari non causa danni visibili, ma quando quell’azione viene ripetuta da centinaia di persone, il sentiero si trasforma in una cicatrice larga più di quanto dovrebbe. La vegetazione viene calpestata, il suolo si compatta, le radici degli alberi rimangono scoperte e vulnerabili all’erosione.

Ho visto nei Monti Liguri interi pendii dove i sentieri non ufficiali, creati proprio da questa abitudine di “aggirare l’ostacolo”, avevano danneggiato zone di sottobosco che avrebbero dovuto restare intatte. La regola è semplice: stai sul sentiero tracciato, anche se sembra sporco o bagnato. È lì che deve stare il traffico.

La raccolta di piante e il disturbo alla fauna

Chi non si è fermato per raccogliere un fiore selvatico durante una passeggiata? Magari uno di quei gigli martagoni che colorano i prati d’alta quota, o un mazzo di muscari da portare a casa. Ecco, questo è uno degli errori che più facilmente commettiamo senza rendercene conto.

Le piante non sono souvenir. Quando stacchi un fiore, non stai solo rimuovendo qualcosa di bello dalla montagna: stai interrompendo il ciclo riproduttivo di quella specie. Se tutti i visitatori raccogliessero anche un solo fiore, alcune specie rare finirebbero per scomparire localmente. Ho parlato con i guardiani di rifugi storici lungo l’Alta Via che ricordano specie floristiche che una volta caratterizzavano certi versanti e oggi sono pressoché scomparse.

Lo stesso vale per la fauna. Avvicinarsi troppo agli animali, scattare foto da distanze ravvicinate, disturbare nidi o tane: tutti comportamenti che causano stress agli animali e possono compromettere il loro benessere. Devi mantenere una Distanza di sicurezza adeguata, che varia a seconda della specie. Quando vedi un capriolo in lontananza, fermati e osservalo da dove sei. La fotografia da lontano con un buon zoom è possibile: il disturbo no.

Rifiuti, scarti e inquinamento invisibile

Qui direi che la consapevolezza è abbastanza diffusa: la regola aurea è “tutto quello che porti su, devi portarlo giù”. Ma c’è un tipo di inquinamento meno evidente, che spesso sfugge anche ai visitatori più responsabili.

Pensiamo ai rifiuti organici. Una buccia di banana, un nocciolo di pesca, sono naturali, biodegradabili. Giusto? Sbagliato. Anche se teoricamente si decompongono, quello che accade è che alterano gli equilibri locali. Un frutto intero lasciato nel bosco può attirare animali da zone lontane, creando squilibri nella fauna locale. Inoltre, la banana o la pesca che consumi in montagna spesso non sono piante autoctone, e introducono specie “esotiche” negli ambienti naturali.

Poi ci sono i prodotti che usiamo: creme solari, detergenti biodegradabili che laviamo nei torrenti, carta igienica sepolta superficialmente. Tutto questo finisce per contaminare Corpi idrici e il terreno con composti chimici che ci dimentichiamo di aver utilizzato.

La regola corretta è portare con sé tutti i rifiuti, compresi quelli organici. Sì, anche la buccia della banana.

Fuochi, accampamenti selvaggi e compattamento del suolo

Durante la mia esperienza nei Monti Liguri, ho incontrato molti escursionisti appassionati che amano campeggiare in libertà, lontano dai rifugi. L’idea è romantica, la pratica è spesso disastrosa per l’ambiente.

Un accampamento improvvisato, anche una sola notte, compatta il suolo in modo significativo. La vegetazione muore, il drenaggio naturale viene alterato, e ci vogliono mesi o anni perché quell’area si riprenda. I fuochi poi: anche se sembrano contenuti, creano zone di suolo bruciato e acidificato dove la vegetazione fatica a ricrescere.

Molte aree montane hanno regolamenti specifici su dove si può accampare, e per una ragione. Se ami il campeggio in natura, scegli aree designate dove il terreno è già stato “sacrificato” al calpestio. Non aprire nuove zone alla frequentazione.

Piccoli gesti quotidiani, grande responsabilità

Tornare dai boschi con una consapevolezza nuova è il regalo più grande che possiamo farci e fargli. Non si tratta di rinunciare a escursioni e avventure in natura: si tratta di farle in modo che il bosco rimanga tale anche per le generazioni future.

Ho imparato dagli incontri con guide e volontari lungo l’Alta Via che la vera sostenibilità passa attraverso piccoli gesti quotidiani ripetuti da molte persone. Stare sul sentiero. Non raccogliere fiori. Portare via ogni rifiuto. Mantenere le distanze dalla fauna. Scegliere rifugi e aree dedicate per bivacchi.

La montagna ci accoglie con generosità. Il minimo che possiamo fare è rispettare gli equilibri delicati che la mantengono viva e bella. La prossima volta che esci per una passeggiata nei boschi, ricorda: sei un ospite, non il padrone.

Gianluca Perrone

Gianluca ha percorso integralmente l’Alta Via dei Monti Liguri in più tappe, annotando curiosità naturalistiche e interagendo con volontari e staff di rifugi storici. Scrive guide dettagliate su percorsi consigliati e promuove incontri periodici tra escursionisti urbani e guide locali, con attenzione alla sicurezza e alle regole di convivenza.