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Che animali popolano i boschi della Val Pellice? Impara a riconoscerli dai segnali lasciati sul sentiero

📅 10 Agosto 2026✍️ di Marzia Colli⏱️ 6 min di lettura

Camminando nei boschi della Val Pellice, tra i faggi umidi all’alba e le radure spazzate dal vento, raramente incontro gli animali in volto. Ma i loro segni sono ovunque, chiari come un saluto lasciato sul sentiero. Vivo qui da anni, ho passato molti inverni come cuoca in rifugi raggiungibili solo con le ciaspole, e ho imparato che leggere il bosco è come imparare un dialetto: all’inizio inciampi, poi comprendi. In questa guida vi porto sul campo, passo dopo passo, per riconoscere chi abita queste valli senza disturbarlo.

Impronte: il primo alfabeto del bosco

Le impronte si leggono meglio su fango umido, nevicate recenti o terreni sabbiosi. Il cervo lascia due unghioni a punta, a cuore, lunghi anche 7–9 cm: sono profondi e distanziati, con passo vigoroso. Il capriolo scrive la stessa lettera, ma in formato ridotto: 3–5 cm, più delicati e ravvicinati. Se le tracce sono più rotonde, con due segni laterali degli speroni, è probabile che sia passato un cinghiale, spesso in gruppo e con solchi di grufolate poco distanti.

Tra i carnivori, la volpe appoggia quattro dita con unghie sottili e un’andatura “in corda”, elegante e regolare. Il lupo ha un’impronta più grande e compatta (8–10 cm), anteriore ovale e posteriore un po’ più stretta; la linea di marcia è sorprendentemente dritta, economica, come se risparmiasse ogni passo. Il cane, invece, tende a zigzagare e allargare il piede, con cuscinetti più spanciati. Il tasso è riconoscibile dalle cinque dita e dagli artigli lunghi, che lasciano graffi in avanti; l’orma è larga, plantigrada, spesso accoppiata a sentierini sotterranei. Faina e martora tracciano piccoli ovali a coppie regolari, come una collana di perle leggere.

Mi è capitato di recente, scendendo dal Rifugio Willy Jervis verso la Conca del Pra, di trovare una pista pulita che risaliva il rio. A un primo sguardo sembrava un cane grande, ma la linea impeccabile e la misura delle anteriori mi hanno fatto alzare le antenne: lupo. Poco più avanti, sul tornante, una marcatura evidente confermava il sospetto. Ho scattato una foto con una moneta accanto per scala e ho rimesso via lo smartphone, lasciando che il vento cancellasse le mie impronte.

Tracce di pasto e sfregamenti

Gli alberi parlano per graffi e cortecce sfilacciate. Caprioli e cervi sfregano i palchi su giovani faggi e aceri: la corteccia appare abrasa a un’altezza tra il ginocchio e il petto umano, con filamenti strappati verso l’alto. In estate si notano germogli tagliati di netto a circa un metro: è navigazione di capriolo, che bruca con precisione. Il camoscio, più in alto, lascia cespugli di rododendro smussati e pietre lucidate dove si strofina regolarmente; lungo la strada del Colle Barant non è raro vedere massi con quel lucido sospetto.

Il cinghiale racconta banchetti disordinati: zolle rivoltate, bulbi dissotterrati, segni di fango strisciato sui tronchi, spesso a 40–60 cm di altezza. Lo scoiattolo rosso lascia pigne “scartocciate” a trottola sotto gli abeti, mentre i picchi accumulano trucioli freschi ai piedi dei tronchi e fori ovali nella corteccia. Capita di trovare ciuffi di pelo su reti e fili spinati: osservateli da vicino senza prelevarli, possono dare indizi preziosi su altezza e passaggio, ma il bosco non è un museo a cielo aperto da svuotare.

Escrementi: identikit discreto

Gli escrementi sono un biglietto da visita che dice stagione e dieta. Il cervo produce cilindretti scuri, più grandi di quelli del capriolo, talvolta uniti in corde morbide se ha mangiato erba fresca. La lepre lascia pellets ovali chiari, spesso su pietraie asciutte. La volpe firma con torsioni strette, residui di semi e odore pungente; li posa su sassi o al centro del sentiero, come un avviso in bacheca. Il lupo deposita feci voluminose, segmentate, con peli e frammenti d’osso: anche queste spesso in posizione vistosa, su dossi o incroci.

Ricordate che il lupo è specie protetta a livello europeo, e la sua gestione passa anche dalla Direttiva Habitat. Guardare e fotografare va bene; toccare, spostare o raccogliere no. Usate guanti se vi capita di dover rimuovere qualcosa dal sentiero per sicurezza, e igienizzate le mani. L’osservazione responsabile è il primo passo per convivere in equilibrio.

Voci del bosco e segni notturni

Non tutto si vede: molto si ascolta. In autunno, il bramito dei cervi rimbomba nei valloni sotto la pioggia: se lo sentite al crepuscolo tra Villanova e il Pra, fermatevi, spegnete la torcia e lasciate che il suono vi arrivi pieno. Di notte il picchio nero “rulla” sul legno come un tamburo lontano; i rapaci notturni lasciano borre grigiastre sotto i posatoi, piccoli pacchetti di ossicini e pelo rigurgitati. Dopo una spruzzata di neve, all’alba, i sentieri sono un giornale fresco: seguendo piste parallele potete intuire chi inseguiva chi, dove ha deviato, dove ha saltato un rigagnolo.

Per chi studia con strumenti, la Fototrappola è una tecnologia utile per conferme silenziose. Ma va usata con criterio: mai su passaggi stretti dove possa stressare gli animali, mai con esche, e sempre nel rispetto delle norme e della privacy dei frequentatori umani dei sentieri.

Consigli pratici e sicurezza

Per leggere i boschi della Val Pellice serve poco, ma giusto. E serve soprattutto il ritmo lento: quello che ho imparato cucinando in rifugio, quando il tempo della polenta detta la serata e fuori la neve cancella il frastuono.

  • Kit essenziale: taccuino impermeabile, matita, smartphone per foto con scala (moneta o cordino graduato), binocolo, una bandana colorata per segnalare la vostra presenza agli altri escursionisti, mappa cartacea e bussola per non affidarvi solo al GPS.
  • Metodo: osservate in sequenza impronte, direzione, frequenza dei segni, tracce di pasto, marcature odorose. Fotografate sempre con luce laterale se possibile, segnando luogo e ora. Tornate sugli stessi posti a distanza di giorni: il bosco racconta per capitoli.

Un lettore mi ha chiesto come distinguere davvero cane e lupo sul fondo ghiaioso sopra il Rifugio Granero. Gli ho proposto un esercizio semplice: percorrere cento metri guardando solo la linea di marcia. Quasi sempre il cane cambia direzione, annusa, torna indietro; il lupo procede dritto, economico, come se avesse un impegno all’altro capo del vallone. Aggiungendo misura e forma dell’orma, il quadro si completa.

  • Errori tipici da evitare: inseguire una traccia fuori sentiero fino a disturbare la fauna; avvicinarsi a tane, nidi o cucciolate; confondere frettolosamente impronte di cane per lupo (mancano misura, simmetria e linea di marcia); usare esche o lasciare cibo; raccogliere penne, borre o escrementi; montare fototrappole senza permessi o in passaggi obbligati; camminare all’alba senza segnalazione in periodi di caccia laddove prevista.

Mi è successo, una mattina di nebbia, di trovare sul bordo del Pra una serie di piccoli salti a due a due: lepri. Poco più in là, un cerchio di piume sottili raccontava la fine di un passero, probabilmente preda di una poiana. In giornate così, ripiego verso il rifugio, metto su l’acqua per il caffè e aspetto che il sole apra una finestra: il bosco non scappa, e leggere bene richiede calma.

Il bello di questa valle sta nella convivenza: camosci sulle creste, cervi e caprioli nei faggi, tassi e volpi tra i muretti a secco. Noi passiamo, loro restano. Se impareremo a riconoscerli dai segnali sul sentiero, a muoverci piano e a condividere una minestra calda al rientro, tra le vette e le storie di chi vive qui, avremo già fatto la scelta giusta per la montagna.

Marzia Colli

Marzia si è trasferita dalle colline modenesi alle valli alpine per vivere a diretto contatto con la natura. Ha trascorso molti inverni come cuoca in rifugi accessibili solo con le ciaspole, raccontando in ogni articolo l’importanza del ritmo lento e della convivialità tra le vette. Consiglia mete invernali e suggerisce piatti tipici da provare in quota.