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Vicende di staffette sulle montagne della Val Pellice: i percorsi autentici ripercorribili ancora oggi

📅 30 Agosto 2026✍️ di Silvia Lanteri⏱️ 7 min di lettura

All’alba, davanti al portone di legno del rifugio in Conca del Prà, l’aria ha l’odore del larice bagnato e dei sassi che hanno trattenuto il freddo della notte. Un gracchio si alza a strappi e la sua ombra attraversa il torrente, dove l’acqua scivola come seta. Ho passato molte estati a contare stambecchi in Val d’Aosta, imparando a leggere le montagne come si legge un viso amico. Qui, in Val Pellice, è una piega diversa a chiamarmi: i passi leggeri delle staffette, che correndo nella notte univano rifugi, borgate e crinali.

La prima volta che qualcuno me ne parlò fu un gestore, con le mani ancora farinate dalla crostata del mattino. “Prendi il sentiero che morde il versante in ombra” disse, “là dove la mulattiera s’allarga era il punto di scambio.” Non serviva aggiungere altro: il racconto riempiva da solo l’anfiteatro della valle, cucendo con un filo invisibile i sussurri della storia al respiro degli abeti.

Tra mulattiere e comandi clandestini

In queste valli di pietra e pascoli, la geografia ha sempre avuto il carattere di una promessa. Durante la Resistenza italiana, la promessa era quella di poter scomparire, comparire altrove, ricollegare un comando a un reparto, una fiala di penicillina a una vita da salvare. Le staffette — spesso ragazze che avevano imparato a non inciampare nella paura — usavano la pendenza come un alleato. A valle, tra Torre Pellice e Bobbio, le biciclette correvano sotto i platani; più in alto, sui tornanti antichi, parlava il passo sicuro.

Le cronache locali raccontano di messaggi infilati nelle tomaie, di carte ripiegate dentro i panieri del formaggio, di parole criptate affidate al rumore del torrente. I punti di contatto con il Comitato di Liberazione Nazionale pulsavano nelle case di pietra e nei casotti forestali. E quando le colonne tedesche chiudevano le strade, le staffette risalivano i costoni con il ritmo breve del fiato in quota, scegliendo i varchi prudenti dei colli.

Dal Prà al Barant: le tracce di un filo invisibile

Oggi quel filo si può ancora seguire, con la serenità di chi viaggia per ritrovare. La mulattiera che porta da Bobbio Pellice alla Conca del Prà taglia prati, boschi radi e balze di roccia color cenere, fino a spalancarsi nell’ampio pianoro dove la luce sembra restare sospesa. Camminandoci sopra, è facile immaginare la staffetta che rallenta un poco prima del ponticello, il respiro che si fa regolare e lo sguardo che pesa le ombre tra i ruderi.

Dalla Conca, il tracciato verso il Colle Barant si inerpica su un’antica strada militare, opera di ingegneria lenta e precisa, che risale le costole erbose con una pazienza di lacci. Lassù, dove il vento scrive appunti sui crinali, il giardino botanico intitolato a Bruno Peyronel ricorda la tenacia delle piante d’alta quota, le stesse che nascondevano i passaggi rapidi e silenziosi della clandestinità. E oltre il valico, aprono le valli sorelle: come allora, il Barant è una porta, più che un confine.

Chi ha il passo allenato può spingersi fino ai laghi superiori, su tracce che corrono tra rododendri e pietraie, con la sagoma del Monte Granero a presidiare il cielo. Qui il paesaggio si fa essenziale e bello come un disegno al carbone: i rumori si assottigliano e ogni gesto — bere, legare un laccio, scrutare una cengia — torna ad avere il peso giusto. Fu su questi programmi minimi che vivevano le staffette: leggere, concentrate, fedeli a una linea che andava da un sasso segnato a un bastione di roccia più chiara.

Risalire oggi, con rispetto

Ripercorrere questi itinerari chiede pazienza e cura. Le stagioni migliori sono quelle in cui il terreno conserva ancora umidità ma non più neve, e le praterie d’alta quota si fanno tappeto teso sotto il cielo. Io preferisco partire molto presto, per ascoltare il montare del giorno e per incrociare, se la fortuna aiuta, il passo deciso dello stambecco sulle placche. Gli animali d’alta quota amano la discrezione: conviene tenerla come regola di viaggio, evitando di avvicinarsi troppo e fermandosi piuttosto a distanza, dove il binocolo restituisce dettagli e storie.

I segnavia bianco-rossi portano con sicurezza lungo i tratti principali, e la dorsale verso i colli mantiene una logica semplice, ma l’orientamento richiede attenzione quando subentra la nebbia o si alza il vento. Mi accorgo spesso di come il meteo in montagna, oltre ad apparire, suoni: quando il Boire del Pellice s’irrigidisce, le marmotte fischiano più in fretta, e il gracchio disegna archi brevi. Anche questo appartiene alla grammatica dei sentieri.

È un’escursione che trova soste naturali nei rifugi, luoghi che custodiscono tracce, fotografie sbiadite e racconti posati come le stoviglie a fine servizio. Fermarsi non è solo riposare: è dare modo al paesaggio di raccontarsi. In certi giorni, un custode tirerà fuori una scatola di latta con vecchie lettere, in altri basterà la mappa appesa accanto alla stufa a legna per immaginare la traiettoria di chi saliva al crepuscolo, con la gola asciutta e la mente ferma.

Rifugi e memoria viva

In Conca del Prà, la sera arriva come una coperta leggera. Al rifugio, il brusio della sala si mescola al crepitio del forno, mentre fuori la notte si appoggia sui ghiaioni. In questi spazi, la memoria non è un capitolo remoto ma una presenza quotidiana. Ci si racconta, ad esempio, di un’infermiera che salì in silenzio oltre il Barant, con una borsa più grande del consentito; o di un pastore che fece da scorta, senza mai tradire una parola di troppo.

Più in alto, verso i laghi, il rifugio che guarda al Monte Granero è come una sentinella con il passo lento. Ci arrivi seguendo le anse del torrente, poi attraverso dossi e piccoli pianori che d’estate brillano di eriofori. È un luogo dove il tempo si dilata: si finisce col tenere il taccuino pronto per segnare un volo di aquila, appuntare il colore dell’ombra su una placca, o ricordare i nomi delle persone incontrate — gestori, escursionisti, guardiaparco — ciascuno con una versione diversa dello stesso racconto.

In queste sere di alta quota, torno talvolta con il pensiero alla mia stagione tra i rifugi valdostani, quando seguivo gli spostamenti degli stambecchi e promuovevo giornate di birdwatching per i bambini. Ho imparato allora che le storie funzionano come le piste nella neve: se ben tracciate, guidano chi viene dopo senza chiudere la traiettoria. Le staffette hanno lasciato impronte simili, che oggi possiamo frequentare con passo rispettoso e sguardo largo.

Una valle che insegna a guardare

La Val Pellice non è mai soltanto una direzione. È un alfabeto di pietra, acqua e linfa, in cui leggere con attenzione significa scoprire come i luoghi si travasano nelle vite. Gli itinerari che furono corde tese tra nuclei partigiani oggi sono cammini di pace: servono a rammendare il tempo, a ritrovare il ritmo giusto, a ricordare che il passaggio di una persona può essere cura. Quando imbocco la curva di una mulattiera e il vento mi porta l’odore dolciastro dell’erba tagliata a valle, capisco che il cammino ha questa doppia vocazione: unire e custodire.

Camminare qui, senza fretta, aiuta a vedere meglio. Sulle pareti calde del pomeriggio restano lunghe le ombre dei camosci, i gracchi provano le correnti e rotolano via veloci, e una pernice bianca, a fine stagione, serra le penne tra i cespugli di mirtillo. La montagna, intanto, racconta una storia in cui le staffette entrano ed escono di scena accanto ai pastori, alle guide, ai guardiaparco. La loro eredità è nei gesti che ripetiamo: riempire la borraccia alla stessa fonte, legare lo scaldacollo prima di un valico, fare silenzio quando il bosco chiede di ascoltare.

Quando ripercorro il sentiero a ritroso e l’anfiteatro del Prà si richiude alle spalle, mi fermo un attimo sul ponte. L’acqua corre anche per loro, penso, per chi ha saputo farsi strada nelle notti lunghe. È un finale che assomiglia a un inizio: torno alla valle come ci si rivolge a un’amica di cui si conoscono i silenzi. E ogni volta che passo di qui, mi ripeto la stessa promessa, semplice come un segnavia dipinto su un sasso: camminare per ricordare, guardare per imparare, raccontare perché altri, domani, possano scegliere la strada giusta.

Silvia Lanteri

Da sempre appassionata di fauna alpina, Silvia ha trascorso i mesi estivi monitorando la presenza di stambecchi presso rifugi in Val d’Aosta. Le sue cronache raccontano incontri con animali e gestori, ma anche la fragilità degli equilibri di alta quota. Promuove attività di birdwatching ed escursioni sostenibili dedicate ai principianti.